Migrazione dei datacenter a caldo: missione compiuta!

Abbandonare le versioni non più supportate, estendere un datacenter o sostituirlo, attuare un piano di Disaster Recovery... le attività che richiedono operazioni di workload tra diversi datacenter sono numerose. Spostarsi dalla costa occidentale a quella orientale degli Stati Uniti o da Amsterdam a Limburgo non è mai stato così semplice e rapido. Bastano pochi click e i workload vengono migrati in diversi datacenter attraverso i tunnel sicuri di HCX.

Tanto per citare alcune cifre: a un cliente sono state sufficienti 5 settimane per spostare 300 TB di VM (operazioni di pianificazione, installazione, replica e migrazione incluse). In un solo giorno questo cliente è riuscito a trasferire tra due datacenter in Germania ben 23 TB di dati, ovvero 1 TB all’ora! Un altro ha invece migrato dal suo datacenter oltre 200 TB, ripartiti su 450 VM, senza downtime.

Appena un anno fa nessuno avrebbe mai immaginato possibili queste migrazioni a caldo. Se il solo concetto di trasferimento dei workload tra due datacenter era pura fantasia, farlo a caldo era addirittura una chimera.

Questa operazione si basa su HCX, la tecnologia VMware utilizzata nella piattaforma Private Cloud che, oltre a gestire lo spostamento sicuro dei workload, consente una transizione trasparente assicurando una connessione di rete tra il datacenter di origine e quello di destinazione tramite un L2 esteso, una streched network. La VM inviata a caldo nel Private Cloud non perde quindi neanche per un momento la connessione con le altre macchine con cui interagisce normalmente.

HCX utilizza 3 dispositivi, o appliances: uno per gestire il trasferimento delle macchine virtuali da un datacenter all’altro (il CGW, Cloud Gateway), uno che funziona di pari passo con il CGW (il WAN Accelerator) e uno che serve alla stretched network (L2C). Questi appliances sono implementati automaticamente nel Private Cloud e richiedono un quarto dispositivo on premise per gestire il deploy e la configurazione di questi tre elementi fondamentali.

Attenzione: Il Cloud Gateway compare nell’inventario come un host registrato.

Migrazione

 

Per riassumere, tra il datacenter di origine e di destinazione sono necessari almeno due tunnel (il Private Cloud OVH): uno tra i CGW per la migrazione delle VM e uno tra i L2C, che andrà a creare la stretched network nel caso in cui fosse necessaria l’estensione di una sottorete. Naturalmente, in base al numero delle reti da estendere, è possibile implementare vari L2C.

Una volta implementata l’architettura on premise, viene visualizzata una dashboard che riassume le opzioni di migrazione e fornisce l’accesso a una cronologia.

Migrazione

 

Esistono vari modi per trasferire le macchine virtuali: migrazione “a caldo”, “tiepida” e “a freddo”.

La migrazione a caldo è di gran lunga la più sbalorditiva. In pochi click una VM si ritrova nel datacenter di destinazione senza perdere il suo stato, la sua connessione e il suo contesto. Il processo è equiparabile al vMotion. Ben noto agli utenti VMware, questo metodo si chiama infatti vMotion Migration. Il principio consiste nell’inviare il disco della VM al datacenter di destinazione. Una volta che è stata completata l’operazione si sincronizzano anche memoria e CPU e il datacenter di destinazione si sostituisce a quello di origine. Questo metodo presenta però un limite: la sequenzializzazione del processo può avere un impatto sui workload ripartiti su più VM, che richiedono una latenza ridotta tra loro. Una volta migrata la macchina virtuale, la latenza tra i datacenter sarà invece percepibile.

Migrazione

 

Con la migrazione “tiepida” (o Bulk Migration) è possibile arginare questa problematica, aggiungendo inoltre funzionalità di supporto alla migrazione controllata. L’obiettivo di questa migrazione è sincronizzare una o più VM con il datacenter di destinazione quando si trovano ancora in quello di origine e mantenere questa sincronizzazione nel tempo. Il trasferimento di tutte le VM verrà effettuato nella fascia oraria più conveniente, scelta dall’amministratore all’inizio dell’operazione, con lo spegnimento della VM nel datacenter di origine e l’avvio in quello di destinazione. Oltre a gestire l’orario della migrazione, è anche possibile personalizzare la macchina virtuale (aggiornamento dei VMware Tools, upgrade dell’hardware virtuale, ecc...). La migrazione simultanea di tutte le VM ci obbliga a porci ulteriori domande relativamente alla latenza nella stretched network.

Migrazione

 

L’ultimo metodo è quello con il maggior impatto per le macchine di produzione ed è quindi destinato principalmente alla migrazione di template, archivi e backup. Questo tipo di migrazione si realizza a freddo, con la VM spenta, e consiste semplicemente nel trasferimento automatico e sincronizzazione dei dati nel datacenter di destinazione.

OVH vanta un’esperienza di oltre 3 anni nella migrazione sicura dei workload, prima sui datacenter di vCloud Air, poi sui datacenter di proprietà di OVH. Nell’arco di questo tempo abbiamo migrato diversi exabyte di dati in tutto il mondo.

HCX è uno strumento in grado di rispondere a diverse problematiche legate alla migrazione, ad esempio quelle associate all’operatività delle macchine virtuali durante il loro trasferimento, alla necessità di migrare gruppi di VM e alla connessione di rete tra i diversi datacenter. Ad esso è però necessario associare un lavoro di architettura: una migrazione si prepara infatti a monte, con un’attenta valutazione della dimensione del datacenter di destinazione che - con il Private Cloud OVH - può essere in seguito adattato in base alle esigenze. Inoltre, è necessario effettuare una stima del tempo di trasferimento e della strategia di migrazione associata ai diversi workload del datacenter di origine. Per tutto il resto, sono sufficienti pochi click su HCX.